
I Nazareni al Casino Giustiniani Massimo
IPERBOREI A ROMA – C’è qualcosa di spericolato nel fatto che, nei primi anni dell’Ottocento, alcuni ragazzi di Lubecca, Lipsia, Berlino, e Vienna, abbiano attraversato le Alpi per venire a reinventare la pittura proprio a Roma, nella città che da tre secoli era il terminale obbligato di ogni consacrazione artistica. Non per imparare Raffaello, ma per dimenticarlo. Per tornare, dicevano, a prima. A Perugino, a Giotto, alla sincerità senza retorica dei primitivi.
Lo teorizzeranno trent’anni dopo anche i Preraffaelliti inglesi. Ma questi ragazzi erano già a Roma. Overbeck, uno di loro, muore a Roma nel 1869, dopo quasi sessant’anni di permanenza. Non era un ospite: era diventato romano più di molti romani. Mentre i Preraffaelliti inglesi non hanno mai visto Roma.
Su commissione del marchese Massimo, tra il 1817 e il 1830 i Nazareni, cosi si chiamavano, anzi cosi li prendevano in giro i romani, hanno un’occasione d’altri tempi: affrescare tre sale di un casino vicino al Laterano: Dante, Ariosto, Tasso, la grande letteratura italiana riletta da mani tedesche, in una villa romana.

Lo fanno immergendo scene letterarie in una luce che non è romana. Questo mi sembra: I nordici vengono al Sud per trovare una luce che i loro occhi hanno sempre immaginato ma non hanno mai visto. E la trasformano: non la copiano, la filtrano attraverso una memoria medievale, attraverso un’idea morale di come dovrebbe essere il mondo. Il risultato non è italiano e non è tedesco. È qualcosa di terzo, che esiste solo nel punto di contatto. Questi affreschi sono quel punto.
– Arch. Gaetano di Gesu
