
Affresco dalla Casa del Marinaio, Pompeii, 1 sec. a.C. – 1 sec. d.C. Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Note sul MANN e sulla pittura pompeiana
Tra le cose conservate al Museo Archeologico Nazionale di Napoli che non hanno eguali nel mondo c’è sicuramente la collezione di pittura, gli affreschi pompeiani, che contiene in maniera perentoria i nodi di tutti gli sviluppi della pittura dei successivi duemila anni. Anzi, per paradosso, contiene tutta la pittura possibile.
Gli osservatori più raffinati diranno che sono i nostri occhi contemporanei che ritrovano nell’antico le proprie tracce, per cui una cosa emerge alla coscienza quando è già chiamata. Ma a dire la cosa speculare non si fa danno: nella profondità estrema dell’antico la nostra sensibilità ritrova l’origine delle cose, che sono poi l’origine dell’umanità. Ed è per questo che questa pittura richiama continue risonanze non sollecitate e soprattutto appartenenti a culture diverse.
Prendiamo ad esempio la pittura murale con cavalli e scene di caccia dalla casa del Marinaio e osserviamola da vicino. La visione di questa opera mi ha riportato in maniera diretta a un frammento di affresco di epoca Tang che ho visto a Xi’an, dai decori funerari delle tombe imperiali dello Shaanxi. Due mondi che non si sono mai parlati, due civiltà che hanno sviluppato sistemi visivi radicalmente incompatibili, eppure accomunati da un dettaglio che non è un dettaglio: il cavallo al galoppo.
In entrambi gli affreschi i cavalli corrono con le quattro zampe simultaneamente distese, le anteriori proiettate in avanti, le posteriori spinte all’indietro, il corpo sospeso in un’aria che non esiste. È la convenzione pittorica universale del galoppo volante, universale perché nessuna civiltà pittoricamente matura ha saputo o voluto rappresentare il galoppo equino nella sua verità biomeccanica.
Solo nel 1878 sapremo scientificamente che il galoppo, con gli esperimenti condotti da Eadweard Muybridge, avviene diversamente, ma non importa. Qui sta il paradosso che mi interessa. Il pittore pompeiano, formato in una cultura che aveva portato l’illusionismo pittorico a vertici che l’Occidente non avrebbe più raggiunto per quindici secoli, e il pittore Tang, formato in una tradizione calligrafica di straordinaria precisione del segno, commettono lo stesso “errore”.
Entrambi dipingono non ciò che vedono ma ciò che sanno del galoppo, o meglio ciò che il galoppo produce nella percezione: la sensazione di velocità assoluta, di corpo lanciato oltre i propri limiti, di energia che esplode nello spazio. Il galoppo volante non è una svista, è una sintesi cognitiva, la traduzione visiva di un’emozione cinetica che l’occhio registra ma che il cervello rielabora e amplifica. È, in senso stretto, più vero del vero.

Affresco dal Mausoleo di Qianling, dinastia Tang (618 – 907 d.C)
Tornando al MANN e tornando all’affresco, è interessante ciò che esso contiene di programmaticamente inattuale. La pittura pompeiana, e qui sta la sua superiorità assoluta come documento della storia della percezione umana, non è mai mimetica in senso banale. Essa è sempre, anche nei suoi esiti apparentemente decorativi, una teoria della visione. Quando i pittori delle domus vesuviane costruiscono lo spazio illusionistico di un bosco sacro, quando modulano la profondità attraverso il degradare cromatico dei verdi, quando fanno volteggiare i mantelli e vibrare i corpi nell’istante della caccia, non stanno copiando la realtà: stanno elaborando un sistema di equivalenze percettive che anticipa, con una disinvoltura che ancora oggi sgomenta, questioni che la pittura europea avrebbe ufficialmente aperto solo con l’Impressionismo.
Il cavallo al galoppo impossibile è la prova più eloquente: non un limite della conoscenza antica, ma il segno di una consapevolezza percettiva altissima, che sa che l’arte non restituisce il mondo ma la sua eco nella mente di chi guarda.
Ed è esattamente per questo che quella pittura continua a parlare a occhi che non appartengono alla sua civiltà, a risuonare senza essere sollecitata, a stabilire cortocircuiti con un pittore Tang che non ha mai visto il Vesuvio e con un osservatore contemporaneo che non ha mai vissuto nell’Impero romano. L’origine delle cose, dicevamo. È proprio qui.
Ma c’è un piano ulteriore che il soggetto iconografico impone e che non va eluso.
L’affresco della Casa del Marinaio non rappresenta una scena di caccia qualunque. È una scena dei Niobidi. Apollo e Artemide che sterminano i figli di Niobe, colpevole di aver anteposto la propria progenie alla progenie divina. La cerva che compare nell’affresco non è un animale da caccia: è l’animale sacro di Artemide, la sua presenza nel quadro è una firma, un sigillo. I cavalli che galoppano con le zampe distese nell’aria che non esiste non trasportano cacciatori. Trasportano dèi in missione punitiva.
Questo cambia tutto. O meglio: precisa tutto.
Il galoppo impossibile non è solo una sintesi cognitiva della velocità. È la velocità del sacro, del tempo che collassa quando il divino interviene nel mortale. Gli dèi non si muovono secondo le leggi della biomeccanica. Il pittore pompeiano lo sa. Dipinge un galoppo che non esiste perché ciò che rappresenta non appartiene all’ordine del visibile. La convenzione del galoppo volante è, in questo contesto, una soluzione teologica prima ancora che percettiva. Raffigura l’irrappresentabile — la velocità del castigo divino, l’istante in cui il tempo si sospende e la sorte è già decisa — attraverso un corpo che sfida le leggi del corpo.
E qui la convergenza con l’affresco Tang smette di essere una curiosità comparativa e diventa una questione più seria.
I cavalieri Tang nelle tombe imperiali dello Shaanxi non sono soldati in marcia. Sono la scorta dell’imperatore defunto nel suo viaggio verso l’aldilà. Anche lì il galoppo è cosmologico, non militare. Anche lì i cavalli corrono in un’aria che non esiste perché il mondo che attraversano non è questo mondo. La convenzione visiva è identica. Il mandato è identico. Due pittori, due cosmologie, un solo galoppo impossibile — perché in entrambi i casi si tratta di rappresentare il movimento di ciò che il movimento fisico non può contenere.
Anche questo, al MANN, si capisce senza che nessuno lo spieghi.
– Arch. Gaetano di Gesu