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Metamorphoses di Wu Jian’an

Dalla rubrica "Behind the Facade: pensieri sull'arte"

Metamorphoses  – Wu Jian’an alle Terme di Diocleziano, Roma

 

Ho da tempo sostenuto la tesi che i linguaggi dell’arte cinese abbiano attraversato negli ultimi 50 anni una vera rivoluzione epistemologica.
E’ cominciato tutto negli anni 80 con processi di internazionalizzazione spesso animati da un senso di inferiorità rispetto all’Occidente, seguiti poi da un’intensa produzione artistica che ha raggiunto il totale dominio delle tecniche e dei linguaggi occidentali, sia in arte che in architettura. Credo da un po’ che siamo entrati nella terza fase che è quella della consapevolezza identitaria e di un sincretismo culturale che non ha precedenti. In maniera simultanea l’arte cinese parla con codici contemporanei e fa i conti con la propria millenaria cultura. I protagonisti di questa nuova strada sono diversi e Wu Jian’an è sicuramente uno di loro – la sua mostra alle terme di Diocleziano chiarisce quello che intendo, con in più uno straordinario effetto di risonanza che quelle forme generano interagendo con le aule romane.

Tre materiali: cuoio, vetro e carta intrecciano con l’utilizzo di tecniche antichissime un racconto dove la serialità contemporanea è una sola cosa. Il cuoio tagliato a mano ancora fresco con geometrie astratte continua a deformarsi asciugandosi e incorpora un’indeterminatezza che è il contributo del caso all’intenzione della forma. Le opere in vetro parlano al tempo stesso alla stagione surrealista europea e fanno riemergere figurazioni cinesi archetipiche. La carta tagliata con la precisione del laser è ricomposta a mano con una figurazione che prende a piene mani dalle grotte buddiste dell’ovest della Cina e parla alle decorazioni dei sarcofagi romani. Ma il punto più poetico dell’intera mostra, dove l’effetto di risonanza con la romanità è a tratti sublime, è l’opera i Nove livelli del Paradiso dove le figura degli animali archetipici della cultura cinese sono intagliate in una sottile superficie di cuoio e proiettate a terra sul mosaico romano con Ercole e Acheloo, dalla Villa di Nerone ad Anzio del III sec a.C., nell’aula XI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nove livelli del Paradiso, Wu Jian’an

 

Questa sintesi non è artificiale, è una scrittura fluida, consapevole della propria tradizione che ritrova nella figurazione romana una sonorità coerente. Il pensiero originario sul mondo dimostra che nell’antichità più remota gli estremi si toccano e parlano una lingua comune. Riuscire a farlo nella nostra epoca è il segno che le verità dell’arte sono cicliche e si incarnano in modi e tempi imprevedibili. Nell’opera di Wu Jian’an si produce questa incarnazione e si coglie tutto senza bisogno di un libretto di istruzione, a migliaia di km di distanza e a migliaia di anni dall’unità indivisa primordiale 渾沌 / 混沌 Hùndùn.

Mostra bellissima fatta a Roma nell’unico posto possibile per queste sonorità. Allestimento perfetto tranne in un punto che vi invito a scoprire. Una mostra che avrei voluto fare io ma Umberto Croppi mi ha anticipato. Chapeau.

– Arch. Gaetano di Gesu

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